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ADOLESCENZA, BULLISMO

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Bulli si nasce

Secondo una recentissima ricerca anglo-svedese, la causa di uno dei fenomeni sociali più diffusi e preoccupanti, specialmente nelle scuole, è scritta nel codice genetico e dipende solo in parte da influssi culturali ed ambientali. Il Dna di generazione in generazione ha trasmesso l'informazione genetica che predispone alla prepotenza.


Francia/Italia/Inghilterra

La legge inglese cancella l'età dell'innocenza. In prigione anche i bambini



Incentivi agli insegnanti

Il ministero della Pubblica istruzione, con l'ultimo contratto integrativo della scuola sottoscritto il 31 agosto, ha provato a correre ai ripari prevedendo incentivi economici pari a 4 milioni l'anno per chi accetta di insegnare in istituti a rischio distribuiti in 32 province. Simili comportamenti interessano infatti, dal Brennero a Capo Rizzuto, scuole di ogni ordine e grado. Talvolta legati al disagio sociale fin nelle elementari; endemici nelle medie in via d'estinzione con la prossima riforma dei cicli; spesso strutturati nelle classiche forme del bullismo e del nonnismo nella secondaria superiore, istituti e licei. E mandano sul lettino dell'analista insegnanti già talvolta poco motivati per conto loro e non sempre attrezzati e apprezzati.



La paura di raccontare

Succede che i figli non riescano a raccontare ai genitori le angherie inflitte loro a scuola da un gruppetto di compagni. Una piccola banda coalizzata spadroneggia, umilia e incute un gran timore che ben presto diventa la leggenda della scuola e l'incubo degli altri studenti. I bulli ottengono l'omertà: il loro fosco potere si fonda sul silenzio delle vittime. Che in genere sono i ragazzini più timidi e meno socializzati, perciò i più indifesi. Le vittime del bullismo scolastico spesso non riescono a denunciare i loro aguzzini né ai docenti né ai genitori perché sono quotidianamente umiliati: l'umiliazione inflitta al cospetto dei coetanei provoca un profondo sentimento di vergogna. Spesso i genitori non sono messi al corrente del tormento quotidiano del figlio che vede con terrore avvicinarsi l'ora dell'umiliazione. Se n'accorgono dal rifiuto immotivato di andare a scuola. La paura di subire altre umiliazioni rimane silenziosa: tocca ai genitori indovinarla sulla base degli indizi disponibili. Accertata l'esistenza dei bulli i genitori hanno il compito di collaborare al reperimento di soluzioni educative. Non è un compito facile poiché in genere la punizione dei bulli non è un antidoto sufficiente a risolvere la questione. I bulli sono anestetizzati nei confronti delle sanzioni che contribuiscono a perfezionare il loro curriculum e a renderli ancor più temibili agli occhi dei compagni disarmati dalla loro arroganza nei confronti dell'autorità degli adulti. In genere si tratta di rendere molto visibile il problema, di socializzarlo il più possibile, di coinvolgere le componenti della scuola in una massiccia esperienza d'educazione alla legalità. Alla fine anche per i bulli dovrà essere escogitata una soluzione educativa che salvaguardi il loro diritto a essere aiutati a smettere di far paura ai coetanei per nascondere la loro paura di non essere nessuno e di non valere niente. Gustavo Pietropolli Charmet, Docente psicologia dinamica,Università Studi, Milano,



Aggressività e violenza

Professoressa, perché accadono dei fatti del genere? Non c'è mai una sola causa, ma ci sono sempre più elementi dietro questi episodi. Intanto, c'è la violenza che in sé esercita un suo fascino, nei maschi più che nelle femmine, sia perché ci sono una serie di esempi nel mondo circostante in genere e sia perché in seguito gli ormoni stessi portano i maschi ad essere più violenti e aggressivi. Poi c'è il discorso dei modelli e della cultura: sono l'educazione e la cultura che riescono a tenere sotto controllo l'aggressività, ad incanalarla verso obiettivi leciti. Va, però, fatta una distinzione tra aggressività, e violenza: l'aggressività in sé non è né buona né cattiva, non necessariamente ha come esito la violenza, ma può diventare grinta, può evolvere in senso costruttivo, può essere voglia di fare, di realizzare e così via. L'educazione, quindi, ha un'importanza enorme perché altrimenti i ragazzini lasciati a loro stessi seguono leggi un po' primordiali, quelle della banda, ad esempio. Questo è un lavoro impegnativo che richiede un'attenzione continua giorno per giorno. Molti credono, anche in buona fede, che crescere sia un fatto naturale, semplice, spontaneo che non necessita di guida o di interventi educativi particolari. Invece non è così, c'è continuamente bisogno di riflessione, di guida, di orientamenti educativi, oggi più che mai in quanto i bambini sono raggiunti molto precocemente da messaggi e immagini di ogni tipo.



Genitori che non sanno fare i genitori

Qual è il compito di tutti gli adulti che hanno a che fare con i bambini per adempiere a questo lavoro di carattere culturale? Intanto bisogna mettere una sorta di filtro nei confronti delle notizie che provengono dall'esterno. Un bambino non può essere messo fin da piccolo a contatto con ogni sorta di bruttura. I bambini hanno una sensibilità diversa dagli adulti, non hanno alle spalle la stessa esperienza e quindi certe cose non sono in grado di interpretarle e di inquadrarle nei modi giusti. E' sbagliato pensare che lasciar vedere a un bambino qualsiasi cosa o sentire qualsiasi discorso sia una forma di libertà, a volte per lui può essere traumatizzante o può creargli una gran confusione. L'adulto deve svolgere questa funzione di filtro, deve creare un ambiente adatto alla sua crescita. Oggi una grossa carenza sono gli spazi che i bambini hanno perduto rispetto ad alcuni decenni fa: giocano molto meno tra loro, in gruppo, all'aperto e invece sono più spesso fermi in casa davanti a un televisore e così fanno una vita abbastanza innaturale. Poi continuamente l'adulto deve dare le sue interpretazioni della realtà in maniera non noiosa, non didattica. Inoltre, ci deve essere anche l'esempio dell'adulto che è molto più importante delle parole. Vuol dire che c'è bisogno di adulti più preparati e che bisogna intervenire più su di loro che sui bambini? Anche, certo. Oggi molti genitori non sanno mica fare i genitori perché si è spezzata la trasmissione culturale tra le generazioni. In Italia c'è stato un cambiamento molto rapido a partire dagli anni Cinquanta. Una società contadina è diventata una società industriale post-moderna in un tempo rapidissimo. C'è stato un salto enorme e oggi molti non sanno fare i genitori perché nessuno glielo ha insegnato, nemmeno in casa. Sono diminuiti notevolmente i bambini e a volte una persona arriva ad avere un figlio senza aver mai frequentato un bambino prima. Invece, sarebbe importante che fossero creati dei gruppi di genitori per confrontare le esperienze, capire le esigenze dei bambini. Ci sono alcuni bisogni fondamentali nel bambino che vanno conosciuti: il bisogno di essere stimolato, ma anche di coerenza, di tranquillità; soprattutto quando è piccolo gli stimoli non possono essere eccessivi altrimenti alla fine creano insicurezza. Bisogna sempre tenere presente l'età del bambino. Un po' di psicologia infantile andrebbe conosciuta.



Il bambino violato

Di fronte a casi estremi cosa bisogna fare perché un bambino violato possa diventare un adulto sereno? Fin da subito quali sono le cose da fare? Intanto, bisogna valutare se la cosa è grave solo per noi oppure anche per il bambino, perché certe forme di violenza noi le percepiamo come tali, magari lui non le ha percepite così, per esempio certi tipi di carezze o di approcci, e quindi si può decidere che non è il caso di fare interrogatori, ecc. Altrimenti se la cosa è stata recepita dal bambino come violenta allora bisogna fargli capire che sono cose che possono succedere, che la sua non è una situazione particolare, che non è lui che resterà segnato per tutta la vita, che nella vita c'è anche il caso, che succedono cose che si possono superare. Bisogna fargli capire che non è sporco, non è dannato per quello che gli è successo e che molto dipende dalla sua capacità di reagire. Si tratta di normalizzare la situazione senza colpevolizzarlo. Di fronte a un fatto di violenza tra bambini è giusto rivolgersi all'autorità di polizia come hanno fatto i genitori della piccola di Ferrara? Un genitore cosa deve fare, a chi si deve rivolgere in prima istanza per evitare di aggiungere un trauma a un trauma? Bisogna stare attenti a che si raccontano i propri segreti. Certe esperienze vanno raccontate perché uno da solo non ce la fa, ha bisogno di aprirsi con qualcuno, però bisogna che quel qualcuno sia in grado di tenere il segreto, che sia affidabile. Oggi c'è la mania di andarsi a confessare in pubblico, anche in televisione. Sono cose molto pericolose perché una persona è etichettata come quella che è stata violentata e questo può essere sminuente per lei, diventa quasi una sua personalità. Bisogna stare attenti a non aggravare la situazione. A volte alcuni adulti trovano le parole e i modi per parlare anche di cose molto difficili, altrimenti ci sono gli psicologi, solo che molti pensano che lo psicologo è il medico dei matti, mentre in realtà è una persona che può dare un aiuto, un suggerimento. Una terza persona, che può essere anche un amico che guarda le cose dal di fuori è di aiuto perché consente di sdrammatizzare la situazione. Spesso i familiari non riescono ad aiutarsi l'un l'altro perché sono troppo coinvolti.



Bulli e vittime

I bambini fanno dei giochi sessuali, ma la maggior parte di questi giochi non sono violenti. Se degenerano nella violenza è segno che c'è qualcosa che non va. Oggi i bambini sono rinforzati da certi modelli, vedono molti video violenti, anche di sesso e violenza, immagini sadiche. Questo se non è la causa prima comunque suggerisce dei modelli di comportamento in bambini che non sono sufficientemente seguiti dai loro genitori, i quali non li aiutano a interpretare ciò che vedono. I bambini possono pensare che così si comportano gli adulti e che quei comportamenti sono un modo per crescere. Vedere qualche volta delle scene di violenza non è in sé negativo se però suscita una riflessione e se ne parla. Tutta questa violenza alla catena di montaggio può portare ad una conseguenza ancora più grave che è l'indifferenza: un bambino non ha bene l'idea del male che può fare agli altri, può pensare che la cosa non abbia conseguenze per le altre persone. D'altronde una delle difficoltà dei bambini è di mettersi nei panni dell'altro, tendono ad essere egocentrici. L'adulto ha questo ruolo: far riflettere il bambino sulla complessità dell'esperienza umana, aiutarlo a depolarizzarsi, a capire che la stessa esperienza non è vissuta nello stesso modo da parte di tutti.



La lotta come crescita

La lotta come fattore di crescita Torniamo al caso di Ferrara. Ammettiamo che l'episodio non sia avvenuto a scuola, c'erano dei segnali che andavano colti? Certo, in genere ci sono dei segni: dei cambiamenti d'umore improvvisi, stati di melanconia, di scarsa motivazione allo studio; spesso un insegnante si accorge da queste trasformazioni improvvise che c'è dietro qualcosa. Tra l'altro questi non sono fenomeni nuovi, anche se sono cambiati i luoghi del bullismo. In passato la violenza si esprimeva in strada, nei campi, nel bosco. Oggi che quei luoghi non sono più frequentati, non sono più disponibili, avviene più spesso a scuola sotto gli occhi degli adulti. Anche qui bisogna stare attenti: c'è un fare la lotta tra ragazzi che è più positivo che negativo, perché serve per farsi le ossa, per capire i propri limiti, per capire quando si fa male, quando si passa la misura. Un insegnante deve essere in grado di fare queste distinzioni. Un minimo di conflittualità tra bambini serve a rafforzare il loro io, per non offendersi per qualsiasi cosa, per sapersi difendere, per rispondere a tono, per capire anche che non c'è bisogno di ricorrere alla violenza fisica per risolvere le questioni, ma che ci sono mezzi più raffinati: la discussione, l'ironia, ecc. Tutte queste esperienze i ragazzini le devono fare, è quando la cosa diventa persecutoria nei confronti di uno solo oppure ci sono dei ruoli fissi, uno sempre bullo l'altro sempre vittima, che bisogna controllare. Di queste cose bisognerebbe parlarne a scuola perché i bambini sono interessati a confrontarsi su questo. Ciò serve loro per capire che quello che uno percepisce come un gioco l'altro lo percepisce come una sofferenza. Entrare nella pelle dell'altro è molto utile per i ragazzini.



 


mercoledì 22 novembre 2017
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