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PSICODIAGNOSI, LA DIAGNOSI SU INTERNET

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Parere sulla Diagnosi Psicologica e Psicopatologica

Questi gli argomenti relativi alle linee guida pubblicate dall'ordine che trovate in allegato al presente articolo.

LINEE GUIDA PER LE PRESTAZIONI PSICOLOGICHE VIA INTERNET E A DISTANZA
nelle more di una codificazione deontologica nei termini di cui all’articolo 41 del Codice Deontologico degli psicologi italiani

PRINCIPI GENERALI

ASPETTI SPECIFICI
1. SICUREZZA
1.1 Identità degli psicologi
1.2 Identificazione degli utilizzatori
1.3 Protezione della transazione

2. RISERVATEZZA
2.1 Riconoscimento dei limiti
2.2 Conservazione dei dati

3. RELAZIONE CON LE CARATTERISTICHE DI SPECIALI SERVIZI OFFERTI DA INTERNET

4. APPROPRIATEZZA

4.1 La ricerca di base
5. COMPITI DEGLI ORDINI TERRITORIALI

Pubblichiamo di seguito l' estratto di un documento redatto dal collega Serra, pervenuto tramite la mailing list, contenente una rettifica del "Parere sulla Diagnosi Psicologica e Psicopatologica" dell'Ordine Nazionale degli Psicologi (in allegato)

Di seguito la sua interessante conversazione con Calvi


Serra: A p.6 si sostiene che il concetto di diagnosi nell'"accezione ristretta come identificazione di una patologia" riguarda "soltanto l'ambito biomedico". Ciò, in piena contraddizione con l'art. 1 L. 56/89: credo che nessuno possa dubitare che il legislatore riservando a noi la diagnosi intenda la diagnosi in senso stretto, come d'altronde gli stessi Autori del Parere sottolineano in premessa (p. 4: "Il legislatore ha inteso..accomunare gli psicologi a medici e odontoiatri come uniche figure professionali con facoltà di diagnosi...").
Calvi: E' del tutto insensato affermare che la diagnosi come "identificazione di patologia" riguardi solo l'ambito "biomedico". E lo psicologo, quando fa una diagnosi psicologica (almeno questo gli é concesso: art 1 L. 56/89) deve ignorare la patologia? E se la riscontra (e 99 volte su 100 non può non riscontrarla) che cosa fa? Caccia il paziente e lo manda dal medico? Poi, con una notevole incoerenza, si cita l'A.P.A. (p. 5), che dice come la diagnosi consista nella valutazione di comportamenti anormali, e cioè di manifestazioni "psicopatologiche".

Serra: Dopo aver affermato che la diagnosi nell'accezione ristretta di "identificazione di patologia" riguarda "soltanto l'ambito biomedico", tutto il resto del documento è dedicato alla diagnosi nell'"accezione ampia di identificazione di un fenomeno sulla base dell'individuazione dei fattori che la caratterizzano" (p. 6). In tal modo la diagnosi psicologica e psicopatologica dello psicologo viene accomunata alle diagnosi di tutti gli altri professionisti della salute mentale: nelle asl si parla abitualmente di "diagnosi sociale" dell'assistente sociale o di "diagnosi infermieristica" riservata all'infermiere: si pensi al triage delle richieste di prima visita svolto in alcuni centri di salute mentale dall'infermiere. E sono tutte diagnosi subordinate logicamente e giuridicamente alla diagnosi (in senso stretto) medica.
Calvi: Mi pare in effetti un commento alquanto grossolano. Da un lato si afferma che il concetto di "diagnosi" è un "atto conoscitivo di raccolta e categorizzazione delle informazioni" e anche un "atto pragmatico di comunicazione" (p. 6); e sono d'accordo. Anche il mio elettrauto fa una diagnosi, come l'idraulico: raccolgono delle informazioni e poi ne danno comunicazione. Quindi, con un notevole salto logico, si passa ad affermare che l'art. 1 (che parla di diagnosi in ambito psicologico) accomuna psicologi, medici, odontoiatri (p. 4): che cosa vuol dire? In che senso li accomuna? Nel senso che tutti costoro "fanno diagnosi"? Ma se si parla di diagnosi in senso lato, allora devo metterci dentro anche l'elettrauto e l'idraulico (per non parlare dell'architetto e dell'ingegnere quando fanno una perizia, e infiniti altri); se si parla di diagnosi in senso stretto, [una volta riservata all'"ambito biomedico" l'"identificazione di patologia" come gli Autori sostengono,] non vedo quale sia il denominatore comune. Forse l'occuparsi dell'individuo umano? No, allora anche l'osteopata e il fisioterapista, dal loro specifico punto di vista, prima di mettere le mani sul paziente fanno una loro diagnosi. E così l'infermiere o l'operatore sociale. Anche la loro diagnosi riguarda sia le funzioni normali sia quelle patologiche e "si realizza attraverso una metodologia di competenza specifica della professione…" (p. 15).

Serra: A p. 8, in nota: "Qualora lo psicologo...rilevi segni di disturbo ...cognitivo od emozionale tali da suggerire la possibilità di una disfunzione cerebrale responsabile, sarà tenuto a richiedere le opportune indagini diagnostiche...". Ma la disfunzione cerebrale è il correlato presumibile di ogni psicopatologia: a chi sta ritenerla responsabile o meno?
Calvi: se con "disfunzione cerebrale" si vuol intendere un cattivo funzionamento riferibile a lesioni anatomiche, é un conto; altrimenti si rientra pienamente nell'ambito della psicopatologia, che è di nostra competenza.

Serra: Dunque io che, come gli altri colleghi della Asl, tutti i giorni produco certificazioni di ogni tipo di patologia e non-patologia basate su DSM IV e ICD10 devo andarmi a costituire?
Calvi: La prassi degli psicologi non è fuori legge: è questo Parere in contraddizione con la legge e la giurisprudenza. Si veda la recente sentenza Abela del Tribunale di Ravenna e anche a quella della Cassazione, che gli stessi autori citano (sentenza 767/2006, p. 4).

Serra: Probabilmente gli Autori non hanno davvero inteso stabilire che la diagnosi è riservata ai soli medici: forse si tratta solo di disguidi occorsi nella fase di stesura. Cose che capitano, quando si lavora in diversi su una materia complessa. Se così fosse, che procedura sarebbe necessaria per modificare il testo?
Calvi: Il CNOP potrebbe rettificare il testo. Potrebbe farlo anche subito il Presidente.
Bologna, 24 febbraio 2010
Piera Serra


NOTE SU CALVI
Eugenio Calvi, psicologo, avvocato, professore a contratto di Deontologia professionale presso la facoltà di psicologia dell'Università di Torino, fu consulente di parlamentari di differenti aree politiche per la stesura dei diversi progetti di legge che nel 1989 confluirono nella legge 56. Dal 1988 al 1990 fu presidente nazionale della Società italiana di psicologia. In seguito, come membro del Consiglio nazionale dell'Ordine degli psicologi, presiedette la Commissione per la formazione del codice deontologico che si trasformò poi in Commissione permanente per la deontologia professionale. Dal 1993 al 1999 fu Presidente dell'Ordine degli Psicologi del Piemonte.


Scarica Allegato

Fonte: Piero Serra


lunedì 25 settembre 2017
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